sabato 27 ottobre 2012

Sherlock, the King



Mi sono seduto al pc con l’intenzione di scrivere una semplice recensione della nuova serie tv Sherlock attenendomi ai canoni tipici. Ma è stato più forte di me. Scriverò quindi, semplicemente, quello che la serie mi ha suscitato e portato alla memoria.
Le informazioni riguardanti questa nuova versione del conosciutissimo detective inglese, infatti, sono facilmente reperibili in rete: vi posso dire, però, che di nuovo, in questa versione ambientata ai giorni nostri, c’è che il personaggio è anch’egli moderno, utilizza il gps, gli sms e la rete e la stretta conoscenza delle materie attinenti a ciò che è il suo lavoro, è stata semplicemente riportata fedelmente.
Se nel racconto con cui Doyle introduce i personaggi, “Uno studio in rosso”, Watson appunta che Sherlock non ha la benché minima conoscenza della letteratura (elemento sul quale in seguito si correggerà, visto che Holmes citerà Dante e Shakespeare) e dell’astronomia (elemento, invece, confermato e citato nelle nuova serie), mentre sa distinguere tra più di duecento differenti tipologie di tabacco, anche l’Holmes moderno ha tali limiti. Ma cosi come affermava di riempirsi la testa (nella versione originale paragonava il cervello ad una soffitta) solo di materie importanti ai fini della ricerca investigativa, anche in questa nuova versione lo troviamo convinto di tale importanza.
Di nuovo,( forse, visto che Doyle non ne accenna affatto, se non per un lieve misoginismo) c’è che Sherlock è tendenzialmente omosessuale.
Quello che mi premeva di più scrivere, invece, è che il personaggio ha inspirato cosi tanta produzione letteraria, cinematografica, fumettistica, musicale, animistica e chipiùnehapiùnemetta, che uno dei miei scrittori preferiti non poteva non subirne il fascino e l’influenza.
Mi riferisco ad un racconto scritto da Stephen King, contenuto nella raccolta “Incubi e deliri”, nel quale per la prima e ultima volta nella sua vita, Watson arriva alla soluzione di un caso prima del detective.
Poi mi è venuto in mente che anche Umberto Eco volle omaggiare il personaggio inglese, chiamando il protagonista del suo “Il nome della rosa” Guglielmo da Baskerville, in riferimento al romanzo “Il mastino di Baskerville”.
Infine, ed è una supposizione mia, non certo avallata dalle testimonianze dei due scrittori, mi è sembrato davvero curioso come tra i due scritti, quello di King e di Eco, vi fosse un’altra, più velata, analogia: cosi come Watson nel racconto del maestro del brivido (quanto è riduttivo questo epiteto!), scrive alla veneranda età di quasi cento anni, allo stesso modo Adso da Melk scrive testuali parole: “[…] Giunto al finire della mia vita da peccatore, mentre canuto senesco come il mondo […] mi accingo a lasciare su questo vello testimonianza degli eventi mirabili e tremendi a cui in gioventù mi accadde di assistere.”
Che King abbia letto Eco, oltre che auspicabile per il buon lettore americano, credo sia anche abbastanza verosimile. King ha affermato di scrivere praticamente ogni giorno, escludendo il giorno di Natale, quello del ringraziamento e quello del suo compleanno ( bugia che ha poi smentito in seguito: tale affermazione era stata  creata di concerto con il suo editore per creare un’aura da scrittore ossessivo – compulsivo. In realtà ha affermato di scrivere anche in quei giorni), ma ha anche affermato di leggere in misura altrettanto grande. Non sembra, quindi, cosi difficile che abbia avuto tra le mani una copia del romanzo di uno dei più grandi scrittori italiani.
Sfortunatamente non lo sapremo mai.
A meno che non si chieda a King.
Ma so che è difficile reperirlo: sta sempre a scrivere.
Ad maiora.

giovedì 18 ottobre 2012

Dream House







Mi sono sempre piaciuti gli aneddoti e le curiosità che ruotano attorno ad un film: sono come il perfetto contorno ad un gustoso piatto. Ogni qualvolta decido di vedere un film, quindi, oltre alle recensioni cerco di farmi un’idea proprio da ciò che il film ha generato intorno a sé. Da quanta acqua ha smosso, direbbe qualcuno.

Nel caso di Dream House (attenzione il recente di Jim Sheridan, non quello di Graeme Campbell del 1998), sembrava proprio che avessi trovato pane per i miei denti – se mi è concesso di continuare sulla falsa riga del paragone culinario –.

Il regista, infatti, ha disconosciuto la propria opera dopo che la produzione l’aveva rimaneggiata più e più volte. Gli stessi attori principali, Daniel Craig e Rachel Weisz, si sono rifiutati di promuovere il film, in linea col pensiero del regista.

Con questi presupposti e dopo aver letto tante recensioni negative, non potevo fare a meno di vederlo!

La trama è molto semplice: Craig è Will Atenton, un editor di successo che, dopo aver acquistato una casa da ristrutturare nel New England, decide di lasciare il lavoro e dedicarsi a tempo pieno alla scrittura e alla propria famiglia. Scoprirà che proprio in quella casa, anni prima, sono state uccise una donna e le sue due figlie.

Il film girerà intorno alla ricerca della verità su quanto accaduto in quella casa, con dei graziosi, ma pochi, colpi di scena, fino ad un finale in parte prevedibile, in parte non proprio cosi scontato.

Non so se perché cosciente dei vari rimaneggiamenti, e quindi a causa di una percezione soggettiva e personale, ma per tutta la durata del film ho avvertito, in più di una scena, la sensazione che mancasse qualcosa, che la scena fosse stata tagliata, o che fosse stata piazzata li senza una reale motivazione.

In realtà, alla fine del film, i miei dubbi si sono rivelati fondati: ai fini della trama, e più precisamente ai fini della creazione di un intreccio che fosse abbastanza intricato e curioso da tenere il fiato sospeso, certi passaggi, cosi come certi personaggi fondamentali, ci tengo a sottolinearlo, avrebbero necessitato di maggiore risalto. Avrebbero contribuito a rendere migliore un prodotto che, a mio parere, è comunque valido, ma non brillante.

Peccato. Perché l’idea di fondo, gli attori e gli interrogativi che il film lascia aperti, sono di grande qualità.

È come se si ordinasse una gustosissima fetta di torta e, mentre la si assapora, ci si accorgesse che la crema, oppure la panna che la ricopre, oppure il cioccolato che la guarnisce, abbiano un gusto leggermente stantio.

Che delusione!

Ad maiora!

giovedì 4 ottobre 2012

Profondo Blu


Non è facile scrivere la recensione di un thriller.
Non puoi parlare troppo della trama per paura di svelarne delle parti importanti.
Non puoi, quindi, dilungarti neanche molto sui personaggi, perché alla trama sono strettamente legati.
Potrei parlarvi di ciò che ho provato leggendolo. Ma non sono un famoso critico letterario né tantomeno (aimè!) uno scrittore, quindi perché dovrebbe interessarvi?
Inoltre ciò che cogliamo all'interno di un libro (cosi come in una canzone o in un film, o ancora in un quadro), passa sempre per il filtro dei nostri gusti, delle nostre esperienze. Per ciò che siamo, semplicemente.
Di cosa potrei parlarvi allora? Come faccio a descrivere cosa penso di un libro, cercando di non parlare troppo del libro stesso?
Ora che sono finalmente riuscito a rompere il virtuale ghiaccio che era posto tra te, lettore ignaro e me, scrittore ignaro (???), e aver cosi riempito le prime righe di questo articolo, posso arrivare al nocciolo della questione.
Jeffery Deaver ho lo straordinario potere di catapultarti, anzi no, di risucchiarti come una Folletto nuova nuova, all’interno di qualunque mondo egli riesca a creare sulle pagine di un suo libro, fino a quando, a libro finito, non ti sembra di avere anche tu un’infarinatura di quel mondo (culturale, tecnologico, scientifico che sia).
Ebbi questa sensazione col primo libro che lessi, “La scimmia di pietra”. Appena finito, un po’ come Neo, esclamai: “Conosco la Cina”.
Idem per “La sedia vuota”: “Conosco l’Entomologia”.
Per Profondo Blu, la sensazione si è ripetuta. “Conosco l’informatica”? Forse no, almeno non del tutto.
Cosi come in questo libro, anche negli altri (almeno in quelli che ho letto io) Deaver gioca solamente con ciò che in realtà gli serve, per far si che la trama e i vari protagonisti da lui generati vivano la loro vita di carta  incastrandosi, evolvendosi e morendo, semplicemente per portarci dove egli vuole andare a parare.
Tutto ciò in realtà perché i suoi libri non sono manuali, ma ne rasentano la verosimiglianza grazie ad una massiccia dose di nozioni, informazioni e aneddoti di circostanza, utilizzati, come dicevo sopra, all’uopo.
Detto questo, Profondo blu si immerge nel e attinge dall’universo informatico e, con la maestria che lo contraddistingue, Deaver intreccia una trama coinvolgente e mai noiosa, fino al tipico finale a sorpresa con fuochi d’artificio.
Ed eccoci arrivati ai “però”.
DOMANDA: Come scrivere un thriller con un nerd come protagonista che non esce mai di casa e non ha rapporti sociali e quei pochi che aveva li ha persi, rendendo tutto interessante (chi ha detto “The Big Bang Theory”???).
RISPOSTA: In realtà non si può, è assodato. A meno che l’antagonista non sia un nerd… differente!
D: E come si arresta un nerd differente se, per quanto differente, non esce mai di casa, non sa rapportarsi ai suoi simili e vive in una realtà parallela totalmente virtuale la cui solo estensione nel mondo fisico è la tastiera?
R: Semplice, unendo il mondo dell’informatica nerdiana, a quello del social engineering, a quello del serial killer.
D: Ma non sembra un po’ da paraculo?
R: …
Questo è ciò che accade nel libro.
Nella mia vita offline, mi sono interessato di social engineering e di vita online, con un leggero occhio al rapporto tra questa e la creazione di alter ego, avatar e nickname: le pagine di questo libro mi hanno riportato alla mente una bellissima opera che, se interessati, vi consiglio di leggere. Si intitola: “Avatar, Dislocazioni mentali, personalità tecno-mediate, derive autistiche e condotte fuori controllo”. A conferma di quanto Deaver studi e si informi prima di scrivere su di un argomento.
Avrei il fortissimo desiderio di concludere con una bella spoilerata su una parte importantissima, se non la più importante, del libro, parte che reputo una paraculata di proporzioni bibliche, solamente per avere un’opinione in merito da chi lo ha già letto o lo leggerà (in caso, parliamone in privato!).
Ma so che non è educato. Non vorrei mi prendeste per un troll.
Ad maiora!

venerdì 27 luglio 2012

Chernobyl Diaries



ATTENZIONE! La seguente recensione contiene tanta irriverenza e tanto veleno, da farvi passare la voglia (o farvela venire) di destinare l’8x1000 alla Chiesa Cattolica.

Uomo avvisato.


Se fino a qualche anno fa (fino a diversi anni fa, in realtà) le mie personali aspettative (anche se credo che non differiscano molto dal pensiero comune) che accompagnavano la visione di un film horror erano soprattutto la curiosità, la voglia di qualcosa di originale, delle scene forti e una sceneggiatura intelligente, di recente sedersi su di un divano e far partire il file dell’ultimo capolavoro che “ha sconvolto l’America”, che decreta “il ritorno di un maestro dell’horror”, un film a causa del quale “non riuscirete più a prendere sonno”, significa sacrificare poco meno di due orette per assistere alla versione horror di Natale alle Bahamas.

È difficile essere originali. Davvero. E non voglio qui inserire una lunga trattazione del perché l’industria culturale stia uccidendo l’inventiva, ma solo mettere a fuoco il fatto che, forse, non è colpa degli sceneggiatori o dei registi, se il mercato richiede questo genere di film.

Semplicemente viene stanziata una cifra (che poteva benissimo essere data in beneficienza), viene scelto un regista che negli ultimi anni ha generato film leggermente interessanti e viene affidata la sceneggiatura ad un ragazzino delle medie la cui conoscenza della scrittura e comprensione della realtà non può non riportarci ai protagonisti (se non addirittura allo sceneggiatore e al regista) del già citato Natale oltr’alpe.

In cosa puoi essere originale se tutto è già stato scritto, se tutto è già stato filmato, se tutto è già stato pensato?



Naturalmente mi sto riferendo alla trama, alla fabula, all’intreccio, come la volete chiamare la chiamate, il nocciolo duro del film in pratica che, infatti, è proprio quella parte che, puntualmente, viene sottovalutata (ma si, chi se ne frega se non ha capo né coda!), semplicemente perché più difficile da sbrogliare.

Andiamo al film, che definire retorico è un eufemismo.

Si prendano 6 ragazzi americani, belli e ricchi (ma và?) e si mandino in Europa in giro a cazzeggiare per le grandi capitali (la cultura, infatti, non attira il teenager).

Tra loro occorre che vi siano, inderogabilmente, due belle gnocche (una bionda e una mora è sempre un’accoppiata vincente! Se poi una delle due, preferibilmente la bionda, ha una quinta su di una vita taglia 42 e non abbia nel guardaroba nulla che non sia una maglia abbottonata all’ombelico… meglio!) e due ragazzi dal viso carino e dai capelli che mantengono la piega anche sott’acqua.

Li si fanno divertire per i primi 25 – 30 minuti del film nel quale il montaggio spara veloci riprese allegre su di una base rock altrettanto allegra.

Poi, necessariamente, occorre inserire l’ELEMENTO MISTERIOSO, lo svolta, il pericolo!

Il testa di ca… di legno del gruppo, propone l’IDEONA: turismo estremo! Perché visitare una noiosa (?) Mosca, quando si può andare a Pripjat, città fantasma dell’ormai fantasma centrale nucleare di Chernobyl?

Dopo una prima, leggerissima, esitazione, i quattro baldi giovini si rivolgono ad un ex militare russo per farsi accompagnare in loco.

Ai cinque si aggregano due personaggi che, forse, riescono a risultare – se ne fosse possibile – ancora più stereotipati dei quattro americani: un globe trotter/pankabestia con tanto di zaino Decathlon, capelli lunghi, barba incolta, kefiah e cappello alla Manu chao e una ragazza nord europea con capelli tanto biondi da sembrare bianchi, tagliati alla meno peggio e poco (se non totalmente assente) gusto per il vestire.

Ora: è un film horror? Ci sono sti deficienti che vanno in un luogo che, lasciando perdere i presunti mostri, è più radioattivo del Signor Burns? Cosa mai potrebbe accadere? Che al primo intoppo si ritorni a casa? Come no…

Traete voi le conclusioni, anche perché ho già detto molto della trama.

Torniamo a noi.

Se una trama del genere risulta stantia come le cotolette che tua nonna ti propina ogni domenica da 20 anni, e forse di più, su cosa si può lavorare per rendere il film originale o quantomeno innovativo da spingere quattro deficienti a spendere degli euro per andare a vederlo al cinema?

Visto che, oltre alla trama, anche i dialoghi dei personaggi risultano cosi banali e le interazioni tra loro rasentano la sindrome di Asperger?

In parte la presenza del gentil sesso, che non fa mai male. In parte anche un’ambientazione che solo per il peso storico che ha sulle spalle, risulta inquietante. E, mi verrebbe da riscrivere “in parte”, anche per le riprese e il montaggio.

In realtà, se scrivessi due o tre anni fa, la vera novità sarebbe proprio li: la telecamera a spalla, con inserimenti di riprese dalla videocamera o dalla fotocamera dei personaggi e montaggio veloce da videoclip. Il tutto per trasmettere allo spettatore un maggiore senso di verosimiglianza dei fatti.

Se scrivessi due o tre anni fa.

Ma in questi pochi anni non si contano più i film che usano tali “stratagemmi”, e non sto a citarvene neanche uno perché siamo all’altezza di questo, e non voglio che li guardiate. Perché? Perchè vi rispetto.

Concludendo: nei 90 minuti che mi sono sorbito insieme alla morosa e a dei cari amici, ci siamo cimentati nel gioco del “Ora vuoi vedere che succede questo?”, ma anche il divertentissimo “Ma perché fanno cosi? Non era meglio…”, per concludere con un giro di “Sta scena è uguale a quell’altro film…”.

Quindi, non vi consiglierò di non vederlo. Vi consiglierò semplicemente di trovare il giusto gruppo di amici criticoni, allegri e prevenuti, con cui dissacrare, sventrare, sfottere e blaterare su di ogni singolo fotogramma del film

Il divertimento, vi prometto, sarà assicurato.

martedì 24 luglio 2012

Chef



La cucina è la vostra passione? Passate delle ore davanti ai fornelli con addosso un grembiule sudicio e armati di cucchiaio? Seguite alla lettera le ricette della Parodi, l’unica donna al mondo a riuscire a cucinare e non sporcarsi con addosso un abito da 300 euro?

Amate le f*****e ricette di Gordon Ramsay? Non perdete una f*****a puntata di Master Chef, di Hell’s Chitchen e di Cucine da Incubo?

Sognate di realizzare dolci leggendari come quelli del Boss delle torte?

No? Allora “Chef” sarà per voi soltanto un simpatico modo per trascorrere un’oretta e mezza in serenità.

Ma se avete risposto affermativamente anche solo ad una delle domande precedenti e dentro di voi brucia lo spirito di Vissani, sicuramente apprezzerete (anzi gusterete!) questa dolce commedia francese.

Per un attimo, preso dal mondo gastronomico, stavo cedendo alla tentazione di descrivere il film con l’abusato metodo della finta ricetta, cioè nel seguente modo:


Chef, ingredienti:

- 500 gr di attori francesi;

- 250gr di buoni sentimenti;

- 150gr di un argomento che piace sempre (la cucina);

- 2 storie d’amore;

- un pizzico di ironia;

- colpi di scena q.b.


Ma al secondo conato di vomito mi sono detto che avrei dovuto fare di meglio (anche perché, non è che ci voglia molto… ).

Ecco qui allora la trama: Jacky è un ottimo cuoco, forse più che ottimo, e queste sue qualità sono proprio il problema per il quale non riesce a tenersi un posto di lavoro per più di qualche settimana. La passione viscerale per la cucina, per gli accoppiamenti poetici tra gli odori e la consistenza del cibo, per i buoni vini; la pignoleria, il perfezionismo, la ricerca del piatto ideale, mal si sposano con le trattorie, i bistrot e i fast food in cui lavora.

Ma la vita non è, sfortunatamente, solo passione. E all’ennesimo ultimatum della fidanzata a trovarsi e tenersi un qualsiasi lavoro, pena la rottura del loro rapporto, Jacky sacrifica la propria vocazione per amore e per soldi.

Ciò che non è Jacky, e che vorrebbe diventare, lo è sicuramente Alexandre Lagarde ( interpretato da un in formissima Jean Renò): chef ricco, affermato, famoso, geniale. Il problema è che l’industria del cibo è, appunto, un’industria, con le sue regole spietate votate al massimo profitto con il minimo sforzo, e una figura romantica come quella di Lagarde ormai non può che suonare quantomeno anacronistico.

Romantica perché Lagarde in realtà è un uomo che ha dedicato troppo alla cucina e troppo poco alla famiglia, arricchendo d’amore il cibo, impoverendo quello per la moglie e la figlia.

Cosa potrebbe accadere mai, secondo voi, a questo punto? I due non potranno che incontrarsi e migliorarsi l’un l’altro, affrontando situazioni simpatiche, ridicole, fino all’immancabile lieto fine.

Qualche piccolo appunto. Premetto che non stiamo parlando di una produzione Hollywoodiana, che non è un colossal da 200 milioni di dollari. E non ne ha le pretese.

È un film dolce, leggero e simpatico. Mentre lo guardi senti i profumi del cibo sui fornelli, l’aroma del pane appena sfornato per le vie di Parigi, la sensazione dell’erba morbida del Campo di Marte ai piedi della Torre Eiffel.

Aaaahhh Paris!

Tutto questo parlare di cibo mi ha fatto venire l’acquolina in bocca. Ho messo su la pentola con l’acqua per la pasta: chi vuole assaggiare delle tagliatelle al pesto di pistacchio, speck e mandorle?

venerdì 8 giugno 2012

The Raven






La prima volta che lessi un racconto di Edgar Allan Poe fu grazie ai soldi che, ricevuti da mia nonna, mio fratello investì nell’uscita mensile di “100 pagine, 1000 Lire”, piuttosto che nel panino alla ricreazione: quel mese fu dedicato al nostro, con la raccolta “Racconti d’incubo”.
Ricordo che, per quanto geniali potessero apparirmi ad 11-12 anni, trovavo i racconti comunque astrusi, arzigogolati, altisonanti, e tutto ciò che mi lasciavano finito di leggerli, era una sensazione di confusione mista ad ammirazione.
Ancora oggi non mi sono molto chiari certi passaggi di “Conversazione tra Monos e Una”, per dirne uno.
Ma capivo già allora che il limite era in me: uno scrittore che aveva avuto delle idee cosi brillanti non poteva renderle tanto cripticamente sulla carta.
Di grande aiuto fu, in quel caso e da quel momento in poi, leggere la prefazione alle opere: conoscere la vita dell’autore e, soprattutto, tenere in conto l’anno in cui i racconti erano stati creati, rese tutto più chiaro.
Da li a leggere le altre sue opere, il passo fu molto breve.
Solo in età più matura, e dopo aver avuto un approccio con la poesia, ne ho ri-scoperto con affetto il genio (tanto da arrivare a provare a copiarne lo stile- in età scolare ci tengo a sottolinearlo - in un racconto horror a cui sono molto affezionato). E quando ne sento parlare, quando viene citato, o quando in una dimenticata programmazione televisiva notturna passano un film anni ’60 tratto da uno dei suoi racconti, provo quasi un moto d’orgoglio, come se si trattasse dell’opera di qualcuno che conosco personalmente.
Immaginate cosa ho provato, quindi, alla notizia che sarebbe uscito The Raven, un film che verteva sulla vita di Edgar Allan Poe (Tutti insieme: “Disse il corvo: mai più!”).
Come scrivevo, non era il primo film tratto da una sua opera che avrei visto, ma volere mettere John Cusack con i capelli dritti sulla fronte e il pizzo nero pece come nel famoso ritratto di Fèlix Vallotton?



Fino ad oggi vi sono state molte trasposizioni delle opere di Poe (da una piccola ricerca che ho condotto dovrebbero essere 14, ma credo siano di più, considerando le piccole produzioni), ma mai si era visto lo stesso Edgar sullo schermo ( e qui correggetemi se sbaglio e perdonate l’eventuale ignoranza!).
Non si può recensire The Raven senza una bella dose di spoiler, ma cercherò di limitare il più possibile i danni.
Il film si apre informandoci che il 7 ottobre del 1849, Edgar Allan Poe venne trovato moribondo su di una panchina in un parco di Baltimora, nel Maryland, e che gli ultimi giorni della sua vita rimangono un mistero.
Sul fatto che fosse stato trovato proprio su di una panchina vi sono opinioni contrastanti: molti affermano che vagasse, stordito, per le via di Baltimora; altri che fosse stato trovato svenuto all’interno di una cabina elettorale.
Su ciò si basa il film: il regista McTeigue ha immaginato che un serial killer mietesse diverse innocenti vittime, “citando” le morti raccontate da Poe nei suoi racconti più famosi, svelando cosi, grazie ad un veloce susseguirsi di eventi macabri e cupi, il mistero degli ultimi giorni di vita dello scrittore.
The Raven è un bel film.
Soprattutto per un amante dell’opera di Poe: sei li che segui la trama quando inizi a pensare che quella scena l’hai già vista o… letta. Che quel grosso pendolo ti ricorda qualcosa, cosi come un delitto in Rue Morgue o una persona murata come nel barile di Amontillado.
In realtà tutto il film è una grande citazione, più o meno palese.
Una su tutte i corvi. Sono presenti dalla prima all’ultima scena, sia attraverso i versi che lo stesso Poe declama, che fisicamente.
Il Poe che si vede è un poeta maudit (fu proprio Baudelaire a riscoprire e tradurre le opere in francese e a farle conoscere nel vecchio mondo): alcolizzato, povero, arrogante, senza più ispirazione. Ma innamorato, impavido e geniale.
In una parola: affascinante.
Cosi come si apre, il film si chiude.
Poe non conoscerà mai la vera fama in vita. Tantomeno la ricchezza. Figuriamoci l’amore. La sua vita è stata costellata di lutti, di dipendenza dall’alcol e di poesia.
Non so se questo film possa risvegliare l’interesse per le sue opere e per la sua persona. Lo spero.
Quanto a me, stanotte risfoglierò con piacere quel piccolo e vecchio libriccino da 100 pagine.
Ad maiora.

giovedì 2 febbraio 2012

Wislawa Szymborska


Come faccio ogni mattina, dopo aver fatto colazione, anche oggi ho girato un po’ sui vari siti delle testate giornalistiche per sapere cosa è accaduto durante la notte, e per sapere cosa aspettarmi durante la giornata.
Stamane ho letto della morte di Wislawa Szymborska, alla veneranda età di 88 anni.
Ammetto di non conoscerla ma, dai tanti articoli che leggo su dei, dai complimenti, dal compianto di scrittori e giornalisti, decido che devo riparare alla mia ignoranza.
Basta googlare il suo nome che ecco apparire biografia e poesie.
A tal proposito un ottimo articolo che ho letto è quello che potete trovare qui.
Nel poco tempo a mia disposizione riesco a capire che era una donna intelligente, sensibile e soprattutto, cosa che ammiro e stimo in una donna, sarcastica, ironica e brillante.
“Leggiamo le sue poesie,allora!”, mi dico.

La gioia di scrivere

Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?
Ad abbeverarsi ad un'acqua scritta
che riflette il suo musetto come carta carbone?
Perché alza la testa, sente forse qualcosa?
Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità,
da sotto le mie dita rizza le orecchie.
Silenzio - anche questa parola fruscia sulla carta
e scosta
i rami generati dalla parola "bosco".

Sopra il foglio bianco si preparano al balzo
lettere che possono mettersi male,
un assedio di frasi
che non lasceranno scampo.

In una goccia d'inchiostro c'è una buona scorta
di cacciatori con l'occhio al mirino,
pronti a correr giù per la ripida penna,
a circondare la cerva, a puntare.

Dimenticano che la vita non è qui.
Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
Un batter d'occhio durerà quanto dico io,
si lascerà dividere in piccole eternità
piene di pallottole fermate in volo.
Non una cosa avverrà qui se non voglio.
Senza il mio assenso non cadrà foglia,
né si piegherà stelo sotto il punto del piccolo zoccolo.

C'è dunque un mondo
di cui reggo le sorti indipendenti?
Un tempo che lego con catene di segni?
Un esistere a mio comando incessante?

La gioia di scrivere
Il potere di perpetuare.
La vendetta d'una mano mortale.


Spero che l’abbiate letta tutta, e con calma. E spero che vi abbia trasmesso la stessa sensazione di genialità che ho avvertito io.
Molti scrittori si sono messi alla prova tentando di descrivere cosa si provi nel generare ex novo tutto un mondo che fino a pochi secondi fa non esisteva, a trascriverlo su carta e, in questo modo, dargli vita. Tentare dispiegare cosa si provi ad avere questo tipo di “potere” divino.
Perché di divinità si parla: nel momento in cui dai la vita ad esseri umani, ne crei un passato, un presente ed un futuro, una personalità e dei sentimenti e li fai vivere in un particolare mondo, in realtà giochi a fare dio.
Ma se molti scrittori hanno descritto tale sensazione, giocandoci anche dal punto di vista narrativo (mi vengono in mente i racconti “L’ultimo caso di Umney”, inserito nella raccolta “Incubi e deliri”, e “Area di sosta”, contenuto in “Al crepuscolo”, entrambi di S. King), pochi lo hanno fatto esprimendosi in versi, preferendo la prosa.
In un post di qualche giorno fa citavo Pamuk: il suo “La valigia di mio padre” è di 80 pagine.
“On writing” e “Danse macabre” (non è un errore la “s” al posto della “z”, il titolo è in francese) di King superano, rispettivamente, le 280 e le 480 pagine.
La Szymborska, lo fa in 32 versi. 
La parte in cui la goccia di inchiostro sta per cadere sul foglio e “dare vita” ai cacciatori, mi ha portato alla mente il diario di Tom Riddle ne “Harry potter e la Camera dei segreti”.
Ma nella mia ricerca mattutina, la poesia che più mi ha colpito e fatto sorridere è stata la seguente:

La cipolla
La cipolla è un'altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
Fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d'inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell'una ecco sta l'altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un'eco in coro composta.

La cipolla, d'accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi – grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata
l'idiozia della perfezione.

Una carissima amica (che ringrazio di cuore) a cui ho raccontato di questa poetessa e, nello specifico, di questa poesia con entusiasmo, ha osservato brillantemente come le ricordasse "L’Ode al carciofo" di Pablo Neruda, i cui versi sono citati,tra l’altro, anche nel meraviglioso film "Il postino".



Cibo per la poesia. Letteralmente.
Concludo con un’ultima poesia di Szymborska, sulla poesia stessa.
Ci sarebbe molto da scrivere su questi pochi versi, ma credo che se pur avessi la possibilità, il tempo e la competenza di farlo, non raggiungerei minimamente la loro carica espressiva.

Ad alcuni piace la poesia
Ad alcuni -
cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
Senza contare le scuole, dove è un obbligo,
e i poeti stessi,
ce ne saranno forse due su mille.
Piace -
ma piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro,
piace una vecchia sciarpa,
piace averla vinta,
piace accarezzare un cane.  
La poesia -
ma cos'è mai la poesia?
Più d'una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano.